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“Tutti quelli intorno a me si sentono connessi a qualcosa… a qualcosa a cui io non sono connessa.”

Ghost in the Shell è un film d’azione/fantascienza del 2017 diretto da Rubert Sanders. Si tratta dell’adattamento cinematografico dell’omonimo manga di Masamune Shirow e vede come protagonista Scarlett Johansson nel ruolo del Maggiore Mira Killian.

 


 

Trama

 

Ci troviamo in un futuro nel quale gli umani vengono potenziati attraverso mezzi cibernetici. L’Hanka Robotics, azienda che produce molti di questi potenziamenti, sta sviluppando in segreto un “guscio” (“shell” in inglese) che consiste in un corpo artificiale che può contenere un cervello umano. Mira Killian, l’unica superstite dell’attacco ciberterrorista nel quale sono stati uccisi i suoi genitori, viene scelta come cavia per il progetto riguardante l’antiterrorismo cibernetico gestito da Hanka Robotics, chiamato Sicurezza Pubblica numero 9. Il corpo di Mira, irrimediabilmente danneggiato, viene quindi trasformato in quello di un soldato cibernetico perfetto dalla dottoressa Ouelet, sotto le direttive del CEO di Hanka Robotics, Cutter.
Un anno dopo, Mira ottiene il grado di Maggiore della sezione di Sicurezza Pubblica numero 9, lavorando insieme a Batou e Togusa sotto la guida di Daisuke Aramaki. Nel mentre, Mira soffre di allucinazioni e fa fatica a ricordare il proprio passato; la dottoressa Ouelet, però, la tranquillizza, dicendo che si tratta solo di glitch.
In seguito ad una missione antiterroristica, Killian uccide una geisha robotica che era stata precedentemente hackerata. Quando scopre che l’hacker è un certo Kuze, Killian infrange il protocollo e si connette all’AI per cercare risposte. L’hacker fa in tempo ad attuare un contro-hackeraggio, che porta Killian e la sua squadra a cadere in una trappola nella quale gli occhi di Batou e il corpo del Maggiore vengono danneggiati gravemente. Infuriato, Cutter minaccia di chiudere la Sezione 9.
L’hacker Kuze, però, riesce a rintracciare la dottoressa Dahlin, un membro della Sezione 9, e ad ucciderla. Quando il team di Mira collega questo omicidio ad altri avvenuti precedentemente, riesce ad individuare la prossima vittima: Ouelet.
Killian e Batou, che sono stati riparati e potenziati ciberneticamente, riescono a mettersi in contatto con Kuze, poiché questo riesce a comunicare con loro tramite il corpo di una persona che aveva precedentemente hackerato.
Riescono quindi a rintracciare l’hacker e, una volta arrivati a destinazione, scoprono una grande quantità di corpi umani collegati mentalmente per formare un’improvvisata rete di comunicazione. Killian viene catturata da Kaze, che le rivela di essere un esperimento fallito proveniente dallo stesso progetto di cui fa parte il Maggiore; la sprona quindi a tentare di ricordare il suo passato e, dopo averla liberata, scappa.
Killian si confronta con Ouelet riguardo le rivelazioni dell’hacker. Scopre così che, prima di lei, ci sono stati 98 soggetti morti durante l’esperimento, e che i suoi ricordi le sono stati impiantati. In seguito, Ouelet riceve l’ordine di uccidere Killian, ma si rifiuta e l’aiuta a scappare, dopo averle consegnato un indirizzo. La dottoressa verrà uccisa da Cutter, che informa Aramaki ed il suo team della ribellione di Mira e della sua decisione di ucciderla.
Killian segue l’indirizzo lasciatole da Ouelet, dove troverà una donna vedova che le rivelerà di essere la madre di Motoko Kusanagi, una ragazza scappata di casa un anno prima, arrestata e morta suicida. La vedova è la vera madre di Killian, e Motoko Kusanagi non è altro che il suo vero nome, la sua vera identità prima che fosse riprogrammata da Hanka Robotics.
Durante uno scontro tra la squadra del Maggiore e quella di Cutter, l’hacker Kuze si rivela essere un alleato di Killian e le offrirà di unire il suo “guscio” a quello di Mira per salvarle la vita. Quando lei si rifiuta, Kuze muore, Killian viene gravemente ferita e Cutter viene ucciso da Aramaki.
Il giorno dopo, Mira viene riparata e riprende la sua vera identità di Motoko, tornando a vivere con sua madre e a lavorare nella Sezione 9.

 

Personaggi e attori

 

Ghost in the shellIn questa pellicola, Scarlett Johansson interpreta il ruolo della protagonista, ovvero Mira Killian/Motoko Kusanagi. Probabilmente vi sarà capitato di sentire alcune polemiche riguardanti questa scelta; la produzione è stata infatti accusata di whitewashing, ovvero di aver modificato l’etnia della protagonista per renderla bianca. Motoko, infatti, nel manga originale, è asiatica. A questo proposito, è interessante notare come queste discussioni abbiano coinvolto tutti tranne il popolo giapponese; Sam Yoshiba, direttore di una divisione commerciale dell’azienda che detiene i diritti del manga, si è detto molto soddisfatto della scelta della Johansson, poiché ha “un’aria cyberpunk” e perché gli sembrava l’attrice ideale per far conoscere Ghost in the Shell al grande pubblico. Gli spettatori nipponici in generale hanno opinioni molto positive riguardo questa pellicola e non hanno dato molta importanza alla questione del whitewashing, poiché soddisfatti della performance della Johansson.
Inoltre, Mira Killian è il “guscio” di Motoko, costruito artificialmente; avrebbe potuto avere quindi qualsiasi aspetto.
Scarlett Johansson, indipendentemente dalle critiche, ha ricevuto feedback positivi dal pubblico, dai giornali e dal web; la sua interpretazione del Maggiore è godibile da ogni punto di vista e resa in modo molto diverso da quella della Vedova Nera. Il famoso personaggio Marvel interpretato dalla Johansson, infatti, è (da qualche anno, almeno) in tutto e per tutto una supereroina, e molti fan di Ghost in the Shell si aspettavano un’interpretazione simile. La Johansson, invece, è riuscita ad offrirci una performance totalmente diversa, di un personaggio forte, ma tormentato dai dubbi e dalle domande che avvolgono l’intera atmosfera del brand di Ghost in the Shell: cos’è l’anima? “Io” sono ancora “io”, anche se con un corpo interamente robotico? Cosa fa di me una persona, e cosa fa di un robot un robot?
L’unico lato negativo del personaggio di Mira Killian interpretato da Scarlett Johansson è che lascia molto poco spazio ai personaggi secondari, che invece hanno una rilevanza notevole nelle opere originali.
Batou, ad esempio, è il collega e amico più intimo del Maggiore, e nel film la sua personalità viene intuita durante le missioni del suo team. Pilou Asbæk, l’attore di Batou, riesce comunque a portare quel tocco di vitalità e umorismo che serve a spezzare l’atmosfera seria e filosofica della pellicola. Lo stesso Asbæk afferma di aver letto e riletto i manga di Ghost in the Shell e di aver scoperto che “a Batou piacciono la pizza e la birra”, asserendo con ironia che questo costituisce anche l’80% della sua personalità.
Anche Aramaki, il capo della Sezione 9, attira molto l’attenzione, nonostante il potenziale del personaggio non sia stato interamente sfruttato. Interpretato da Takeshi Kitano, nel corso del film Aramaki dispensa pillole di saggezza zen, ma non si fa problemi ad usare il revolver per sparare ai nemici. Inoltre, si tratta di uno dei rarissimi umani senza potenziamenti cibernetici; si può dire che sia il “ghost”, inteso come anima, contrapposto allo “shell” della protagonista. La scelta di Takeshi Kitano per questo personaggio è stata estremamente ponderata; Kitano, infatti, è una personalità di spicco nella cultura giapponese, in quanto è conosciuto come attore, direttore, poeta, pittore e artista in generale; risulta quindi essere un omaggio alla terra di provenienza di Ghost in the Shell, che spicca in mezzo agli attori caucasici e alle altre scelte stilistiche adottate per rendere l’opera un prodotto commerciale.
Un altro personaggio che avrebbe meritato un approfondimento è quello della dottoressa Ouelet. Juliette Binoche, l’attrice che l’interpreta, ha accettato il ruolo in quanto vedeva Ouelet come una “scienziata che ha firmato un patto con il diavolo”. Possiamo vedere infatti che il personaggio della dottoressa è un compromesso tra lo stereotipo dello “scienziato pazzo” ed il suo completo opposto. Nonostante abbia sacrificato molte vite per creare Mira, infatti, non tentenna quando viene messa di fronte alla sua ultima scelta: uccidere la sua creatura o sacrificare se stessa. Scegliendo quest’ultima opzione, Ouelet non fa altro che rafforzare le sue folli idee, secondo le quali lei stessa rappresentava l’ennesimo sacrificio per la sopravvivenza del suo esperimento più riuscito. Nonostante ciò, il primo impulso del pubblico è quello di piangere la sua morte. Binoche, con la sua interpretazione, è riuscita a dare un istinto materno ad una scienziata secondo la quale “il fine giustifica i mezzi”.
Un’ultima menzione va al personaggio di Kuze, interpretato da Michael Pitt. L’attore risulta dare un’interpretazione che richiama le opere originali di Ghost in the Shell, ma che allo stesso tempo è qualcosa di totalmente nuovo. Ha dovuto infatti instillare in Mira il dubbio, costringendola così ad intraprendere un percorso che altrimenti non avrebbe mai scoperto da sola; questo toglie molto alla figura del “villain”, che Kuze dovrebbe interpretare, ma aggiunge molti punti alle questioni filosofiche trattate in Ghost in the Shell.
Infine, come di consueto, riporto qui di seguito la lista di tutti gli attori presenti nella pellicola ed i personaggi da loro interpretati.

Scarlett Johansson: Maggiore Mira Killian

Kaori Yamamoto: Motoko giovane

Takeshi Kitano: Daisuke Aramaki

Pilou Asbæk: Batou

Michael Pitt: Hideo Kuze

Andrew Morris: Hideo giovane

Juliette Binoche: dott.ssa Ouelet

Chin Han: Togusa

Anamaria Marinca: dott.ssa Dahlin

Michael Wincott: dott. Osmund

Peter Ferdinando: Cutter

Chris Obi: Ambasciatore Kiyoshi

Danusia Samal: Ladriya

Lasarus Ratuere: Ishikawa

Rila Fukushima: Geisha

Joe Naufahu: Peter Browning

Michael Pitt: Hideo Kuze

Yutaka Izumihara: Saito

Tawanda Manyimo: Borma

Daniel Henshall: Skinny Man

Kaori Momoi: Hairi

Pete Teo: Tony

Adwoa Aboah: Lia

Andrew Stehlin: No Pupils

Kai Fung Rieck: Diamond Face

 

Gli argomenti e il confronto con l’originale

 

I manga di Ghost in the Shell e le opere che ne sono derivate vogliono porre l’attenzione sul ruolo che la tecnologia svolge nella vita dell’uomo e, cosa ancora più importante, quale sia il limite al quale la tecnologia si può spingere, lasciandoci comunque la nostra identità. Insieme a questo importante tema, Ghost in the Shell è ricco di spunti di riflessione filosofici: cosa ci rende umani? Se tutto il nostro corpo dovesse essere rimpiazzato da parti robotiche, saremmo ancora umani? Cos’è l’anima?
Questi interrogativi sono anche quelli che si pone Mira Killian, la protagonista del live action del 2017. Tuttavia, lo scopo di questa pellicola non è mai stato quello di essere una copia perfetta delle precedenti opere, bensì serviva a far conoscere Ghost in the Shell al grande pubblico, dal momento che è sempre stato un brand apprezzato, ma di nicchia. Va da sé che, per questo motivo, molti degli argomenti trattati nell’originale si perdono in questa pellicola, nella quale viene data più importanza alle atmosfere, alla tecnologia e alla protagonista. Quest’ultima viene comunque rappresentata come un’anima in pena, strappata dal suo corpo e dai suoi ricordi, che cerca in tutti i modi di scendere a patti con la sua nuova identità: è ancora lei? Cos’è che rende “lei” lei?
Dal momento che la pellicola del 2017 sembra concentrarsi più sull’aspetto tecnologico che su quello filosofico, anche l’ambientazione è indicativa. Mentre la città dell’originale era squallida e silenziosa, quella del live action è caotica, ridondante, luminosa, ricca di schermi pubblicitari e luci al neon.
Questo nuovo Giappone si muove troppo velocemente, e la tecnologia deve adeguarsi a questo progresso; di conseguenza, anche gli umani devono farlo. Ecco quindi che si torna a parlare di potenziamenti, di cyborg, di quanto sia lecito modificare il proprio aspetto e il proprio cervello per adattarsi a questa nuova realtà. Ma, con questi nuovi potenziamenti, si corrono nuovi pericoli: vediamo, ad esempio, il fenomeno dell’hacking del cervello, con il quale un hacker può controllare a distanza il cervello di una persona e, di conseguenza, ogni sua azione.
La differenza più grande tra le opere originali e il Ghost in the Shell del 2017 si può riassumere in due concetti fondamentali; le prime affermavano che la nostra identità e la nostra umanità sta nei nostri ricordi (tema centrale sia dei manga che nelle altre opere), mentre il secondo ci dice, citando direttamente il Maggiore, che “Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero, ma non è così. È quello che facciamo a definirci”.
Si tratta di un punto di vista molto più occidentale che orientale, molto più basato sui fatti che sulla filosofia; una delle tante modifiche che Ghost in the Shell ha dovuto subire per poter essere apprezzato dal grandissimo pubblico.

Approfondimento: biohacking, transumanesimo e Neuralink

 

Quando vengono presentati film come Ghost in the Shell, il primo pensiero di molti è “in futuro queste cose accadranno davvero”. Un po’ come quando venne scoperta l’elettricità e, all’inizio, venne vista come qualcosa di potenzialmente pericoloso, o come quando Internet era beffeggiato e additato come l’invenzione più inutile del secolo. Insomma, bisogna ammetterlo; il cervello umano è incline ad avere paura delle novità. Molte delle cose che diamo per scontate oggi, però, solo qualche decina d’anni fa non esistevano, così come al momento non esistono macchine volanti; l’atteggiamento da avere nei confronti della tecnologia, quindi, non dev’essere timoroso o scettico, ma fiducioso e aperto alle possibilità. Una cosa è certa; se dovessimo arrivare a vivere in una realtà come quella di Ghost in the Shell o di altre opere fantascientifiche, il processo sarà lento e avremo tutto il tempo di abituarci.
In questo senso, suggerisco di pensare all’epoca che stiamo vivendo come ad un Cambriano delle macchine, dalle più semplici alle più complicate; non v’è dubbio, infatti, che la scienza stia lavorando perché esse possano essere ancora più presenti nelle nostre vite, per aiutarci con i più svariati compiti. Perciò, quando chiedete ad Alexa di spegnere la luce o quando vi preparate un pasto al microonde, sappiate che si tratta di un inevitabile passaggio del lento (ma incessante) progresso.

 

Dopo questa breve introduzione, vorrei presentarvi il biohacking. Si tratta di un insieme di pratiche e tecnologie che hanno lo scopo di migliorare il corpo, le sue prestazioni e la nostra salute. In sostanza, di potenziarlo. Teorizzata negli anni ’80, questa disciplina comincia a diffondersi nel 2005 ed il suo nome è l’incontro tra le parole “biologia” e “hacking”, ovviamente ad indicare la pratica di “hackerare” il nostro corpo e la nostra biologia. Esempi di biohacking sono la creazione e l’assunzione di sostanze che migliorano la concentrazione, l’utilizzo di dispositivi informatici/cibernetici e bio-chip per tenere traccia delle nostre attività e della nostra salute, e la sequenziazione del DNA, ovvero determinare l’ordine di Adenina, Citosina, Guanina e Timina per poterle leggere propriamente ed esaminarle.
Insieme al biohacking si è sviluppato il concetto di “biologia do-it-yourself”, ovvero biologia fai da te. Si tratta di comunità ed individui che hanno alle spalle una solida formazione scientifica, ma che fanno da tutor a persone totalmente estranee alla biologia. In questo modo, si mira a rendere la biologia qualcosa di, appunto, fai da te, dove persone comuni possono aspirare ad aiutare la ricerca scientifica.
Insieme ai biologi fai da te, troviamo i Grinder. Si tratta anche qui di scienziati, ma anche di persone comuni, che aspirano a migliorare e potenziare il proprio corpo con la modificazione corporea e l’impianto di dispositivi cibernetici, per favorire il transumanesimo. Cos’è il transumanesimo? Presto detto: è un movimento culturale che sostiene le scoperte scientifiche e tecnologiche ed ogni tipo di progresso, anche quelli ritenuti più controversi, come l’ingegneria genetica sull’uomo, la crionica e l’intelligenza artificiale applicata all’uomo. Tutto questo, in vista di un futuro nel quale tutte le malattie, gli handicap e ogni tipo di condizione umana non desiderata venga debellata definitivamente grazie appunto alla tecnologia.
Arriviamo quindi a parlare di Neuralink, uno degli esempi più lampanti del transumanesimo. Fondata da Elon Musk, a cui abbiamo precedentemente dedicato un articoo, è un’azienda che sta sviluppando interfacce neurali impiantabili e si propone di mettere in comunicazione diretta il nostro cervello con la tecnologia, specialmente quella dell’intelligenza artificiale. Potremo, ad esempio, controllare con la mente il nostro computer. Musk ha fondato questa azienda perché è preoccupato dal fatto che, in futuro, l’umanità non riuscirà più a controllare l’intelligenza artificiale. L’imprenditore sostiene che sia meglio sviluppare una tecnologia della quale l’uomo possa usufruire in prima persona, e non una che lo affianchi, poiché quest’ultima potrebbe rivelarsi più efficiente, utile ed intelligente dello stesso essere umano che, sempre secondo Musk, verrebbe relegato ad animale domestico.
Al momento, però, lo scopo principale di Neuralink non ha niente a che vedere con un ipotetico futuro alla Ghost in the Shell; l’azienda mira infatti ad aiutare persone che soffrono di lesioni cerebrali.
L’interfaccia tecnologica pensata da Musk è chiamata “neural lace”, che possiamo tradurre come “laccio neurale”. Sostanzialmente, questo laccio neurale è una rete ultrasottile che, tramite iniezione, viene impiantata nel cranio per andare a formare una rete di elettrodi capaci di monitorare le funzioni cerebrali, creando una simbiosi tra il cervello e la tecnologia. In futuro, questa rete permetterà all’uomo di caricare o scaricare informazioni di qualsiasi tipo direttamente dal computer. Pensiamo ad esempio a Neo, da Matrix, che riesce ad imparare il Kung Fu semplicemente “collegandosi” a dei programmi.
Al momento, Neuralink sta conducendo degli studi su cavie da laboratorio e, come si può immaginare, la neural lace non è ancora stata provata sugli esseri umani. Quando accadrà, questa tecnologia sarà in grado di aiutare persone con vari tipi di malattie neurologiche e lesioni cerebrali.
Pensare a questa eventualità, piuttosto che ai cyborg, rende molto più facile sperare nel progresso tecnologico, non è vero?

Considerazioni sul film

Tornando a Ghost in the Shell, premetto di averlo visto da profana del brand; non ho mai letto i manga, giocato ai videogiochi o visto le serie televisive. Basandomi su altre recensioni e sui pareri di alcuni amici e del web in generale, ho tratto una conclusione molto semplice: il live action del 2017 è consigliato principalmente per chi, come me, è “digiuno” di Ghost in the Shell e vuole vedere azione, tecnologia e cyberpunk in un film visivamente molto godibile. Come già accennato, il principale lato negativo di questo adattamento è la carenza dei temi filosofici presenti nelle opere originali. Mi sarebbe piaciuto approfondire, ad esempio, il discorso legato all’anima, quello fedele all’ottica orientale, quello che afferma che siano i nostri ricordi a renderci umani.
Logicamente, sarebbe stato impossibile creare un bel film a livello di azione e che parlasse anche di filosofia con due ore a disposizione; come abbiamo già detto nel corso di questa recensione, la priorità è stata data all’impatto visivo più che allo sviluppo dei personaggi, per renderlo più appetibile al grande pubblico.
Una cosa che, invece, ho molto apprezzato, grazie anche al confronto con dei fan dell’universo di Ghost in the Shell, è stata la volontà del regista di restare fedele ad alcune scene dei film di animazione originali, come ad esempio quella in cui Mira scoperchia il ragno blindato; i muscoli sintetici le si strappano dalla disperazione dello sforzo e lei resta mutilata. Le inquadrature, in questa scena, sono le stesse di quelle del film del ’95, e questo è indicativo della bravura del regista; Sanders, infatti, ha saputo mettersi da parte, nonostante non avesse alcun obbligo di farlo. È quindi evidente il rispetto che prova per le opere originali, poiché l’umiltà di un regista che, mentre gira il suo film, decide di recuperare le scelte stilistiche dell’originale è rara.
Andiamo quindi a dare una valutazione sommaria: lo consiglio? Sì. Lo consiglio sia a chi sente parlare di Ghost in the Shell per la prima volta, sia a quelli che conoscono già il brand da anni. Se appartenete alla prima categoria, probabilmente resterete affascinati dalle atmosfere, dall’azione e da Scarlett Johansson; dopo, magari, avrete anche voglia di andare a recuperare le opere originali che, sicuramente, meritano tantissimo. Se appartenete alla seconda categoria, invece, probabilmente vi darà fastidio l’estrema Hollywoodizazione e la mancanza dei temi filosofici a cui siete abituati, ma potrete godere comunque di un punto di vista più moderno e commerciale della vostra opera preferita… e di Scarlett Johansson.

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